VALUTARE L’EFFICACIA DEI DPI PER LA RESPIRAZIONE – IL FIT TEST

VALUTARE L’EFFICACIA DEI DPI PER LA RESPIRAZIONE – IL FIT TEST

Il metodo per verificare l’efficacia della formazione del personale e allo stesso tempo selezionare il respiratore più adatto

 

L'impatto del D.L. 146 del 21 Ottobre 2021 sulla selezione, l'uso e la validazione dei DPI per la protezione delle vie respiratorie e dell'udito, ha introdotto nuovi obblighi in merito al Fit Test dei respiratori a tenuta.

Vediamo assieme quali sono gli aggiornamenti introdotti dal nuovo decreto e le tipologie di Fit Test che possono essere adottate all’interno della propria realtà aziendale.

La nuova legge modifica l’art. 79 del D.Lgs. 81/2008 in materia formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti nell’utilizzo dei DPI – in particolare si riferisce ai criteri per l’individuazione e l’uso degli stessi.
L’accento viene posto sulla necessità di individuare le modalità di verifica finale di apprendimento al termine dei percorsi formativi e di aggiornamento obbligatori in materia di sicurezza e salute sul lavoro e “della modalità di efficacia della formazione durante lo svolgimento della prestazione lavorativa”.

In sostanza diventa obbligatorio verificare l’apprendimento del percorso formativo che si traduce nell’addestramento all’utilizzo del dispositivo di protezione individuale.

Per addestramento si intende la prova pratica e l’esercitazione applicata che tiene conto delle procedure standard di lavoro, tracciato in apposito registro.

Il comma 2-bis dell’art. 79 afferma che fino all’adozione di nuovi decreti, resta fermo quanto disposto il 2 maggio 2001, che approva come criterio per l’individuazione e l’uso dei DPI (per le vie respiratorie) l’UNI 11719:2018 da ciò ne deriva l’obbligatorietà del Fit Test.

Un’altra grande novità riguarda i criteri di scelta in relazione ai fattori di protezione.

Fino ad oggi la maggior parte delle aziende utilizzava gli FPN (fattori di protezione nominali misurati in laboratorio), che si sono rivelati non più sufficienti dato che i livelli di protezione durante l’utilizzo possono essere inferiori rispetto a quelli misurati in laboratorio.
Mentre il valore realistico del fattore di protezione associato a ciascun dispositivo è l’FPO – Fattore di Protezione Operativo – che non è il medesimo per tutti i paesi dell’UE.

L’FPO può rivelarsi più basso rispetto all’FPN, quindi potrebbero non essere più validi i DPI scelti.

Riassumiamo quanto detto fino ad ora.

  • L’addestramento deve comprendere una parte pratica calata nella realtà lavorativa svolta da ciascun utilizzatore sul corretto utilizzo del respiratore.
  • E’ necessario definire un metodo di verifica dell’efficacia dell’addestramento.
  • E’ obbligatoria la registrazione dei dettagli relativi all’addestramento.
  • Il Fit Test può essere il modo per verificare l’efficacia della formazione pratica.

Il Fit Test si qualifica dunque come il miglior supporto all’addestramento, sia per spiegare come il respiratore deve essere utilizzato sia come verifica che l’addestramento ha avuto buon fine.

La sua obbligatorietà è giustificata dal fatto che un unico modello non può adattarsi al 100% alla popolazione lavorativa, dato che ognuno ha la sua fisionomia e conformazione e un facciale a tenuta fornisce il fattore di protezione stimato solo se è assicurata l’aderenza al viso.

I metodi approvati dalla UNI 11719 sono i Fit Test qualitativo e quantitativo.

Il Fit Test qualitativo

I Fit Test qualitativi forniscono un risultato positivo o negativo basato sul rilevamento di un agente di prova (solitamente rilevato tramite il gusto) da parte di chi indossa il dispositivo.

Questo metodo introduce una concentrazione controllata di aerosol in un cappuccio posizionato sul capo dell’utilizzatore.
E’ adatto per respiratori a semimaschera (con filtri solo antiparticolato) e monouso ma non per i pieno facciali.

Ciò fornisce una misura soggettiva della qualità della tenuta del respiratore sul viso di chi lo indossa e allo stesso tempo ne costituisce il limite dato che si basa principalmente sulla risposta di chi indossa il dispositivo.
Generalmente sono test facili da eseguire e non richiedono attrezzature speciali o personale altamente qualificato.
3M mette a disposizione un kit specifico (FT-10) composto da un gruppo cappuccio e colletto, due nebulizzatori, la soluzione per la valutazione della sensibilità, la soluzione per il test e un libretto di istruzioni dettagliate.

Il Fit Test quantitativo

I Fit Test quantitativi forniscono una misura oggettiva della qualità della tenuta del respiratore sul viso di chi lo indossa.

Tre sono le tipologie:
1. Camera di prova.
2. Conteggio ambientale di particelle (TSI PortaCount).
3. Pressione negativa controllata.


In tutte e tre le tipologie, viene calcolato un numero ovvero il “Fit Factor” (fattore di tenuta).
Il test prevede di collegare il respiratore tramite un tubo di plastica al dispositivo di rilevazione che permette di rilevare le particelle di una certa dimensione identificate all’interno della maschera.
Questo numero viene confrontato poi con il numero di particelle rilevate all’esterno nell’aria ambiente.
Il risultato del test è espresso come rapporto tra conteggio delle particelle all’interno e all’esterno del respiratore (Fit Factor).

E' inutile dire che questa tipologia di test richiede delle attrezzature speciali.

Spesso i fattori di tenuta possono essere alti e non devono essere confusi o utilizzati come base per selezionare un respiratore.

Gli svantaggi di questo sistema sono vincolati al costo e al fatto che l’operatore deve essere formato in merito.

Inoltre per i respiratori FFP1, FFP2 è richiesto un adattatore aggiuntivo.


Grazie per essere arrivato alla fine dell’articolo.

Se hai bisogno di introdurre il Fit Test nella tua realtà aziendale, scrivici a info@pfr.it o chiamaci al 0444557193.

Ci vediamo al prossimo post!